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martedì 24 aprile 2018

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.

Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco stragista rivendicato dallo Stato islamico che domenica, a Kabul, ha ucciso in un quartiere a maggioranza sciita chi si stava registrando per le elezioni che si terranno in ottobre. Lo stesso giorno, nella provincia di Baghlan, un altro attentato uccideva sei persone, sempre in un centro di registrazione per il voto. La notizia delle stragi, ormai pane quotidiano da che anche gli emuli del califfato operano nel Paese, non è che l’ennesimo boicottaggio di un processo elettorale cui credono davvero in pochi. La mancanza di sicurezza gioca sicuramente a sfavore, ma c’è altro. La gente non ci crede, dicono i giornali afgani indipendenti, e sta per altro trovando nuove vie per dimostrare cosa vuole veramente: né col governo, né coi talebani, né ingerenze esterne ma una tregua pur che sia, come chiede ormai da un mese un vasto movimento autoconvocato dal basso e che raccoglie – già in diverse province – il vero sostegno popolare di cui non gode né il governo, né la guerriglia, né le truppe di occupazione.

I dati della registrazione elettorale parlano chiaro: in dieci giorni si sono registrate poco più di 290mila persone, ossia un segmento irrisorio degli aventi diritto. E un quarto di loro sono kuchi, i nomadi afgani (pashtun ma non solo) che, proprio grazie al loro nomadismo che li tiene un po’ fuori dai giochi, sembrano sfuggire più dei residenti ad attentati, bombardamenti e bombe sulla strada. La gente insomma non va volentieri a registrarsi: nel Paese ci sono 1400 centri per farlo di cui 83 del resto sono chiusi (20 dei quali nella capitale). Andrà a votare?

Il movimento pacifista, nato dal basso dopo l’ennesima strage a Lashkargah, in una delle aree più conflittuali del Paese, si è allargato a macchia d’olio con sit in, manifestazioni, scioperi della fame e una proposta a governo e guerriglia (e dunque alle forze straniere): tregua subito senza ma o se. La cosa – come spiega bene unrapporto uscito ieri dal centro di ricerca afgano Afghanistan Analysts Network – ha messo in imbarazzo sia la guerriglia in turbante, sia il governo, latore di un piano di pace sempre snobbato dai talebani. Adesso che la richiesta di pace viene dal popolino – analfabeta, ignorante, povero e disarmato, vessato dalla guerra e unico vero pagatore degli effetti del conflitto – i combattenti della fede sono spiazzati tanto quanto la leadership di Kabul. Il governo tace e manda emissari più o meno dissimulati. I talebani han fatto prima il muso duro (accusando i manifestanti di essere eterodiretti) poi han scelto un imbarazzato silenzio.


Reazioni spontanee hanno cominciato a fiorire prima nella provincia di Helmand (Lashkargah è la capitale) poi nella vicina Kandahar. Poi in giro per il Paese in ben 16 province, come testimonia il resoconto del ricercatore afgano Ali Mohammad Sabawoon: sit in di appoggio alla protesta dei famigliari delle vittime di Lashkargah si contano a Herat, Nimruz, Farah, Zabul, Kandahar, Uruzgan, Ghazni, Paktia, Kunduz, Kunar, Nangrahar, Balkh, Parwan, Daykundi, Maidan Wardak e Jawzjan. La novità consiste proprio nella resistenza nel tempo della protesta pacifica e nell’assenza di una leadership: un moto spontaneo che potrebbe essere un’occasione eccezionale per tutti. Per lo stesso governo, i talebani e l’insipiente diplomazia internazionale, chiusa nelle sue ambasciate-fortino che ormai non rilasciano più visti agli afgani. Colpevoli di cercare la pace nei Paesi dei loro supposti alleati.

Il fatto interessante è che nel vicino Pakistan accade qualcosa di molto simile. Qui c’è un movimento pashtun strutturato - Pashtun Tahaffuz Movement – e una piattaforma pragmatica che ha visto domenica a Lahore migliaia e migliaia di pashtun criticare governo e militari il cui pugno di ferro anti terroristico colpisce indiscriminatamente. La manifestazione era vietata ma la polizia è rimasta immobile anche se il governo ha obbligato molti media a censurare la notizia della protesta che, per l’establisment militare, sarebbe – guarda caso – eterodiretta. Si ripeterà a breve a Karachi. La protesta ha molto in comune con quella oltre frontiera. E a Islamabad, come a Kabul, come nelle montagne dove si rifugiano talebani pachistani e afgani, l’imbarazzo è palpabile.

domenica 22 aprile 2018

I nemici delle donne nel Paese dei puri

Sana Cheema, pachistana di origine ma bresciana
d'adozione. Il Giornale di Brescia ha dato la notizia
della sua morte: delitto d'onore.
L’anno scorso, in occasione dell’8 marzo, il magazine del quotidiano Dawn – un giornale
progressista pachistano – pubblicava un’inchiesta sulla condizione femminile nel Paese che iniziava così: “Trent'anni fa non erano necessari argomenti ideologici per identificare i mali che opprimevano le donne o per sostenere che la religione le ostacolava… (ma) un'ortodossia resuscitata è stata incoraggiata a negare i loro diritti, che erano stati accettati dopo cento anni di marcia della società musulmana verso riforme liberali… Non è un caso che la prima pagina del rapporto della Commissione sullo status delle donne, cerchi di assolvere la donna dall'accusa di spingere Adamo fuori dal paradiso!...”. L’articolo dava dunque conto di due cose: la prima è che il Pakistan, nato come “paese per i musulmani” ma con una Costituzione laica, aveva riscoperto un’ortodossia che la nascita del Paese dei puri non aveva utilizzato per creare il nuovo Stato nato dalle ceneri del Raj britannico nel 1947. Il Paese aveva dunque fatto un passo indietro. La seconda però era che, nel citare la Commission on the Status of Women dell’Onu, si certificava il fatto che il Pakistan teneva ormai in conto – anche se spesso disattendendole – le nuove regole che anche in quel Paese hanno preso forma. Grazie a un vasto movimento della società civile che preme sulla politica e l’apparato legislativo e che si muove quando una donna è oggetto di violenza. Non sempre, ma assai più di prima
I nemici delle donne pachistane sono dunque la tradizione, che in tutti i Paesi del mondo è maschile, e questa rinata ortodossia religiosa il cui processo di riaffermazione, alimentato dal generale dittatore Zia ul Haq, è iniziato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è stato in seguito utilizzato a fini politici dai diversi partiti locali, persino quelli – come il Partito popolare di Benazir Bhutto - di ispirazione laica. Allevare la pianticella dell'ortodossia significherà non solo far crescere la pianta del terrorismo jihadista, ma coccolare il mostro che vuole ancora la donna colpevole della cacciata di Adamo dal Paradiso.

“La violenza contro donne e ragazze - tra cui stupri, omicidi "d'onore", attacchi con l’acido, violenza domestica e matrimoni forzati – rimangono un problema serio”, scrive un rapporto di Human Rights Watch: gli attivisti pachistani stimano ad esempio che ci siano circa mille delitti d'onore ogni anno.
Nel giugno 2017, una jirga (consiglio tribale) della provincia occidentale ha ordinato l'uccisione "d'onore" di Naghma, una ragazza di 13 anni colpevole di... accompagnarsi con uomini. Nel luglio del 2016 Fouzia Azeem, più nota al grande pubblico come Qandeel Baloch - una ragazza di 26 anni diventata un idolo in Pakistan per le sue performance video, le interviste scioccanti, il modo di esporre il suo corpo, le continue provocazioni - è stata uccisa da suo fratello Waseem, reo confesso: l'ha prima drogata e poi strangolata nel sonno nella casa dei genitori a Multan. Non sono casi isolati.
La legge sul delitto d’onore, tuttora in vigore, è comunque un caso che continua a far discutere e su cui c’è spesso battaglia: è stata riformata più volte e nel 2004, su pressione internazionale e interna, il Pakistan ha promulgato una legge che ha reso questi delitti punibili con una detenzione... di sette anni (anche se è prevista la pena di morte nei casi più efferati). La legge è molto criticata perché i movimenti femminili, non solo ne contestano l’esistenza stessa, ma sanno che è spesso possibile per gli assassini riacquistare la libertà pagando un risarcimento ai parenti delle vittime. Nel 2005 il parlamento pachistano ha respinto una proposta di legge che mirava a rafforzare la legge contro la pratica del delitto d’onore dichiarandola “non islamica”, anche se poi nel 2006 è stata approvata in Senato. Nel 2016, è stata abrogata la norma che permetteva agli assassini per onore di evitare la punizione chiedendo perdono. La battaglia va avanti e in molti casi le corti provinciali applicano la legge in modo assai diverso. C’è tolleranza ma anche il suo contrario: nel gennaio scorso una donna è stata condannata a morte per aver ucciso sua figlia bruciandola viva, poiché aveva la colpa di aver svergognato la famiglia sposandosi con un uomo diverso da quello indicato.

Non è l’unico problema: il matrimonio tra bambini è ancora una realtà, col 21% delle ragazze pachistane – sostiene Unicef - che si sposano prima della maggiore età (una pratica che è molto diffusa anche in India e in Afghanistan.) I bambini e le bambine per altro pagano pure il prezzo degli attentati terroristici nelle scuole e a volte vengono anche utilizzati come martiri kamikaze. Oltre cinque milioni di bambini in età scolare, infine, non vanno a scuola e la maggior parte di loro sono femmine. Human Rights Watch sostiene che l’abbandono scolare è legato non solo alla discriminazione di genere e al tipo di educazione famigliare, ma anche alla mancanza di scuole e ai costi associati allo studio. L’economia ineguale finisce a dare una mano alla tradizione più oscurantista. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali ha invitato il Pakistan ad approvare una Dichiarazione sulle scuole sicure, che propone misure per proteggerle dagli attacchi e dall'uso militare in caso di conflitto. Ma la Dichiarazione non è ancora stata sottoscritta.

mercoledì 18 aprile 2018

Viaggio all'Eden (via Torino)




Viaggio all'Eden
incontro con l'autore

Giovedì 19 aprile 2018 – ore 21.00 

Cascina Roccafranca di via Rubino 45 

 Torino

L’ANGOLO dell’AVVENTURA di TORINO ospiterà EMANUELE GIORDANA, giornalista e scrittore, per 10 anni voce di Radio3Mondo, autore di numerosi libri reportage di rilevante interesse.

EMANUELE, un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ricorda la rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il Grande Viaggio in India fatto allora da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Ne è uscito un libro, un lungo racconto del percorso che portava migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa fino ai templi della valle di Kathmandu, che consente un racconto che si destreggia tra gli appunti presi allora su un quadernetto riemerso dalla polvere, esercizi di memoria e il confronto con le inevitabili trasformazioni di quei Paesi che, terminata l’epoca della Guerra fredda, sono stati attraversati da conflitti e anche da una nuova orda di invasori: i turisti che, dopo il Viaggio all’Eden dei frikkettoni, seguirono quella pista in gran parte però preferendogli alberghi lussuosi e viaggi superorganizzati con tutto il bene e il male che ciò comporta.

Il registro narrativo è doppio: c’è il ricordo tratteggiato con leggerezza e ironia tra droghe, sesso libero e scoperta di nuovi paesaggi e una zona d’ombra più riflessiva su cosa vuole dire “viaggiare” e sulle guerre. Una riflessione da condividere con chi si sente un viaggiatore ma troppo spesso teme di essere solo un bravo turista…

lunedì 16 aprile 2018

Un libro e un film sull'epopea post 68 a Trento il 18 aprile


La mappa dell'Eden vista da Maurizio Sacchi
La Libreria Viaggeria e Raffaele Crocco vi invitano, mercoledì 18 aprile alle 20.30 allo archeologico della Banca Popolare dell'Alto Adige - Volksbank di Piazza Lodron a Trento, alla presentazione con l’autore dell'ultimo libro del giornalista e scrittore Emanuele Giordana
 Spazio "Viaggio all'Eden - Da Milano a Kathmandu" uscito per Editori Laterza e all'anteprima nazionale, dopo il restauro, del film "Riso al verde" che vede tra i protagonisti Emanuele Giordana e il pittore Maurizio Sacchi, a cui si deve l’illustrazione che apre il libro. Un libro e un film amatoriale che a cinquant’anni dal 68 ricostruiscono lo stato d’animo di una generazione.

Il libro

"Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ritorna sulla rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il Grande Viaggio in India fatto da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Un sogno che portò migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa, fino ai templi della valle di Kathmandu. Emanuele Giordana si destreggia tra gli appunti presi allora su un quadernetto riemerso dalla polvere, un grande esercizio di memoria e il confronto con le trasformazioni di quei paesi che, terminata l'epoca della Guerra Fredda, sono stati attraversati da conflitti. E dall'orda dei turisti: dal viaggio all'Eden dei frikkettoni ai viaggi organizzati del tutto compreso e agli alberghi di lusso. Su tutto, il ricordo tratteggiato con leggerezza e ironia tra droghe, sesso libero e scoperta di nuovi paesaggi e un'ombra malinconica e riflessiva sul senso del 'viaggio'. Un libro per chi aveva vent'anni allora, chi quel viaggio non l'ha mai fatto e chi ancora vorrebbe farlo".


Il film

Realizzato da Piero Motta e Davide Del Boca nel 1982, è un film a soggetto di 40 minuti presentato
al Filmaker di Milano nell'autunno 1983 e, nel 1984, al Festival Internazionale del Cinema Indipendente di Montecatini. Dimenticato in un cassetto per anni, nel 2017 è stato restaurato e digitalizzato. Racconta la storia di due trentenni milanesi che vivono di lavoretti saltuari, cene e feste con gli amici, viaggi in Oriente e nella città profonda. I due squattrinati perdigiorno vincono 4 milioni con la schedina delle semifinali dei mondiali del 1982, competizione che vedrà la vittoria degli azzurri. E’ l’affresco inconsapevole di un periodo che chiude la prima fase del post Sessantotto – quella dell'impegno politico e dei viaggi in Oriente – e che si avvia a diventare l’epoca dello yuppismo, dell’edonismo reganiano e della Milano da bere. Le disavventure dei due frikkettoni raccontano, senza moralismi e giudizi, come viveva una generazione nata agli inizi degli anni Cinquanta in pieno boom economico e che, a trent’anni, aveva già contabilizzato una rivoluzione (ai loro occhi) mancata.



Due fotogrammi di Riso al Verde. Nel video in mezzo
la presentazione del film registrata da Piero Motta

Davide Del Boca, classe 1954, regista televisivo e giornalista, lavora alla Rai dal 1987. Ha realizzato documentari per la Rai e la RTSI su temi sociali come l'immigrazione e la disabilità. Ha lavorato in Rai in numerosi programmi televisivi come regista ed è tuttora è impegnato in trasmissioni di attualità, informazione e cultura.

Piero Motta, classe 1952, professione pittore con la passione per il cinema - da cui è nato 'Riso al Verde’ - ha realizzato numerose mostre e si divide tra Milano e la Liguria, posto che predilige per dipingere.

Visto il limitato numero di posti è indispensabile prenotarsi chiamando lo 0461 233337 o scrivendoci all'indirizzo libreriaviaggeria@yahoo.it. Vi aspettiamo!

domenica 15 aprile 2018

Quanto pesa una bomba

In Siria sono stati lanciati un centinaio di missili per colpire gli arsenali chimici di Assad. Intercettate o
meno che siano state, il numero delle bombe è importante, tanto da farne parlare tutti i media del globo. Ma sono state poca cosa se paragonate a quello che in Afghanistan avviene tutti i giorni: lo stesso numero di ordigni viene infatti lanciato dal cielo in meno di dieci giorni. Secondo i dati diffusi dall’United States Air Force, nel 2017 sono state sganciate in Afghanistan 4.300 bombe, con un ritmo di una dozzina al giorno. I risultati sono sotto occhi di tutti (la guerra va avanti, gli attentati non diminuiscono, le vittime civili aumentano).

Già dalla fine di ottobre, dopo l’inizio della nuova strategia americana in Asia, si sapeva che i bombardamenti americani erano erano triplicati (al 31 ottobre 2017 l’aviazione americana aveva sganciato 3.554 bombe in Afghanistan contro le 1.337 del 2016 e le “sole” 947 del 2015). Quanto agli afgani, secondo il ministero della Difesa di Kabul, ogni giorni l'aviazione afgana conduce una quindicina di raid ma non è dato sapere quanti ordigni hanno sganciato i piloti addestrati da Stati Uniti e Nato (nella foto un EMB 314 Super Tucano, un aereo a elica impiegato da Kabul per attacchi "leggeri" diurni).

Si potrà obiettare che la potenza degli ordigni è mediamente assai minore rispetto a quella di un missile tomahawk. Ma si potrà anche ricordare che, proprio nell’aprile scorso, gli americani sganciarono in Afghanistan una bomba con la potenza di 11 tonnellate di esplosivo (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast o Moab), in grado di disintegrare qualsiasi cosa fino a 300 metri di profondità e con un raggio d’azione di oltre un chilometro e mezzo.

Pesi, misure, inefficacia dei bombardamenti.

martedì 10 aprile 2018

Rohingya: l'Icc potrebbe aprire il fascicolo

Il giorno dell'accrodo per un rimpatrio mai iniziato 
Fatou Bensouda, magistrata col ruolo di procuratore capo dell'International Criminal Court (Icc), ha chiesto alla Corte se ha giurisdizione sul caso dei Rohingya che, nella sua richiesta, definisce "deportati" attraverso un confine internazionale nell'ordine di "oltre 670mila dall'agosto del 2017". La risposta può aprire la strada a indagini e quindi a incriminazioni oppure chiuderla.

 Il dubbio della procuratrice risiede nel fatto che mentre il Bangladesh ha aderito all'istituzione della Corte penale internazionale, il Myanmar non l'ha mai fatto.